Atleti e studenti allo stesso tempo? In Italia è (quasi) impossibile


Talenti liceali: nessun sostegno per chi insegue tempi da Olimpiadi. I casi di Fissneider e Polieri, nuotatrici che cercano di stare a galla

di Giulia Zonca, La Stampa, 05/03/2012

La giornata è sempre in salita perché la sveglia suona davvero presto, le ore sono troppo piene e gli extra non ci stanno mai. Essere campione e studente insieme in Italia è difficile perché è tutto fai da te: se riesci a strizzare la tua vita nello zaino quotidiano bene, altrimenti o molli lo sport o ti fai bocciare. Lisa Fissneider ha 17 anni, un soprannome da campionessa, «Goldfisch», e non si ricorda il titolo dell’ultimo film che ha visto: «È passato troppo tempo». Alessia Polieri ha la stessa età e l’unico sfizio quotidiano che riesce a nominare è «un po’ di facebook serale purché il computer sia spento prima delle 10». Entrambe nuotano, hanno talento e questa settimana, ai campionati italiani di Riccione, cercano la qualificazione per le Olimpiadi. A scuola si accontentano di stare a galla perché faticare per una medaglia e avere buoni voti sono obiettivi incompatibili da queste parti.

Lisa è una ranista, vive a Caldaro, a 15 km da Bolzano. Oro ai Mondiali juniores, elemento della staffetta mista azzurra e curata a vista da Federica Pellegrini che la considera «una da cui aspettarsi molto». Non scherza, non sta andando a caso e da tempo sa che in piscina c’è un pezzo di vita, non un è passatempo. Si allena come una professionista, cioè in pratica lavora ma la nostra scuola non ne tiene conto: «Faccio l’Istituto tecnico, per carità i miei insegnanti cercano di conciliare verifiche e interrogazioni, ma il sistema non aiuta neanche loro. Sono giovane, non so cosa succederà in futuro, dovrebbero darci più possibilità di portare avanti scuola e agonismo ma di fatto ci costringono a scegliere». La prima Olimpiade vista in tv è quella dell’altro ieri, Atene 2004: «Stavo dentro lo schermo, ora quel mondo a parte potrebbe diventare reale, posso esserci io e non voglio andare ai Giochi per guardarmi in giro e dire che bello, voglio dare un senso a tutta questa fatica». Negli ultimi mesi, per lavorare al meglio prima delle gare, si è fatta Bolzano-Verona e ritorno tutti i giorni. Mattinata da alunna, pomeriggio da atleta nel centro federale, rientro dopo le 20,30 e compiti a seguire. All’adolescente non resta gran che: «Il tempo libero è sinonimo di sonno, divano. Ma faccio quello che mi piace. Non so quanti a 17 anni possono dire lo stesso».

Alessia si allena a Imola con Fabio Scozzoli, uno che è già salito sul podio mondiale. Lei è la giovane promessa: misti e delfino, una passione generazionale per i film con i vampiri, un fastidio per il soprannome che le hanno appiccicato addosso troppo in fretta, ai primi successi nazionali: «Mi hanno chiamata Harry Potter, non c’entra nulla con me. Per gli occhi grandi? Perché qualche anno fa ho letto il libro? Se fossi un mago mi eviterei certe levatacce». Si alza alle 5,15, all’alba: nuoto prima e dopo le lezioni: «Sono in quarta scientifico ed è un percorso a ostacoli. Parlo con le mie colleghe straniere, le spagnole e le tedesche non si strapazzano così. Hanno i crediti sportivi, orari diversi nelle fasi di gara, in certi periodi possono studiare a casa e dare verifiche a scuola. Da noi nulla. Non si fidano. Siamo come tutti gli altri, il concetto magari è giusto ma io non faccio la vita delle mie compagne di classe».

In pochi si avventurano oltre le superiori. Beatrice Adelizzi, sincronetta bronzo ai Mondiali di Roma, si è spaccata la schiena fino alla medaglia poi ha detto basta: «Voglio fare l’università e non si concilia con lo sport ad alto livello». Le eccezioni ci sono. Daniele Meucci, mezzofondista, bronzo nei 10.000 metri agli Europei 2010, si è appena laureato in ingegneria dell’automazione. Un cervellone e un esempio raro, ma in ogni caso ha rinunciato a molte gare in passato per lo studio, ha fatto delle scelte, perso stagioni e l’atletica gli consente di essere ancora in carriera a 26 anni. Nel nuoto o nella ginnastica è più complicato, l’età concede poco e il Ministero dell’Istruzione meno. Quando ci mancano campioni ogni dirigente dice: «Bisogna ripartire dalle scuole», forse è meglio ripartire con le scuole e rifare l’orario.

fonte originale: articolo di Giulia Zonca, La Stampa, 05/03/12


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